Venerdì 9 giugno 2017 ore 16.15 – 17.45
Polo didattico dell’Università di Parma, Strada Pietro Del Prato, 5
Workshop in collaborazione con Rosa Luxemburg Stiftung
3. I migranti forzati nei media e nelle rappresentazioni sociali
Lancio in plenaria: Eleonora Camilli (giornalista, Redattore Sociale)
Facilitatori: Marco Deriu (Università di Parma), Tiziana Mancini (Università di Parma)
Aula C
Nelle particolari condizioni che si producono nelle migrazioni forzate, assieme alla casa, al contesto di vita, alla propria rete di relazioni, i migranti si vedono generalmente spossessati dell’opportunità di espressione, narrazione, auto rappresentazione e affermazione della propria identità. Raccontare chi si è, qual è la propria storia, le proprie scelte, quali sono i più rilevanti o i più cari tra i mille frammenti che compongonola propria identità, quali sono i pericoli, le violenze, le minacce sulla base delle quali si è deciso di riparare altrove, ma anche quali sono i valori, i desideri, le aspirazioni che guidano la persona nel suo viaggio, sono tutti aspetti che non possono essere dati per scontati.
Tutte queste dimensioni o gran parte di esse, dovranno presto essere almeno in parte documentate o accompagnate da prove, poiché saranno sottoposte a diverse forme di giudizio, valutazione e imputazioneda parte di altri attori sociali: forze di sicurezza, organizzazioni di soccorso e di accoglienza, autorità statali, medici, avvocati, tribunali, giornalisti, comunicatori, testimonial, studiosi, scrittori ecc…
Su molti e diversi piani, i protagonisti di queste migrazioni si trovano a dover subire forme di categorizzazione, definizione, generalizzazione, uniformazione, deumanizzazione e ultraumanizzazione.
Le stesse forme procedure di riconoscimento di diritti dei migranti forzati rappresentano un imbuto forzato e nei fatti una forma di “assoggettamento”, ma si tratta di un’imposizione alla quale non ci si può sottrarre. Occorre senz’altro fare tutto il possibile per identificarsi e infine rientrare nella categoria burocratica di “rifugiati” per poter accedere a forme di tutela e di riconoscimento sociale. Il confronto e l’assunzione di tutto un linguaggio istituzionale (sfollati, richiedenti asilo, rifugiati, titolari di protezione, minori non accompagnati) rappresenta un primo e indiscusso passaggio.
Parallelamente nel confronto con i mass media, con i governi e i soggetti politici, con l’opinione pubblica locale ed internazionale i migranti forzati vengono ricondotti e identificati con tutta una serie di entità collettive che spingono in direzione di una percezione sociale codificata e stereotipata, spesso foriera di pregiudizi, ostracismi e di varie forme di discriminazione.
Talvolta si tratta di rappresentazioni tendenzialmente ostili secondo le quali i migranti forzati sono descritti come approfittatori, come clandestini, come criminali, come possibili terroristi, come potenziali stupratori. In altri casi si tratta di rappresentazioni prodotte dalle organizzazioni e dalle istituzioni impegnate nel soccorso e nell’accoglienza che pur essendo tendenzialmente più simpatetiche possono riprodurre immagini uniformizzanti, banalizzanti e in fondo svalorizzanti.
In questo caso i rifugiati possono essere rappresentati come soggetti traumatizzati, bisognosi di aiuto o di tutela non solo nello sbarco ma in tutto il percorso di accoglienza, inserimento e stabilizzazione fino all’obbiettivo implicito od esplicito dell’“integrazione”. L’immagine stessa di un individuo“integrato” nella nuova comunità racchiude in sé l’idea di un soggetto che in nessuna fase del suo personale viaggio può esibire o far valere una propria diversità o soggettività se non entro binari e cornici ben definite.
Che si tratti di ottenere il diritto ad essere soccorsi, il diritto ad essere accolti, il riconoscimento della condizione di “rifugiato”, il diritto a inserirsi e convivere in un tessuto sociale, culturale, economico, politico, ogni passaggio di questo viaggio è segnato dall’attribuzione di un ruolo e di un’intenzionalità, dall’affermazione di un’immagine, dall’incorporazione di un linguaggio, dall’assegnazione ad un’entità o ad un gruppo definito, in fondo dall’attribuzione di identità e ruoli codificati e predefiniti.
In tutti questi passaggi le dimensioni soggettive legate – e allo stesso tempo superiori – alla contingenza dell’essere uomo, donna, eterosessuale, padre, madre, bambino/a, adulto/a, gay, lesbica, africano/a, arabo/a, di questo o quel paese o regione o città, credente/non credente, musulmano/a, cristiano/a, alla propria formazione sociale, lavorativa, alla propria vicenda politica e civile ecc… – sono spesso rimosse e negate o al contrario isolate, oggettivizzate e assolutizzate. In entrambi i casi la facoltà di autodefinirsi, autoraccontarsi, di presentarsi agli altri a partire da ciò che ciascuno ritiene essenziale è spesso repressa e ostacolata.
Relativamente a tale problema, non si tratta in questo contesto di ricordare o identificare tutte le diverse e possibili forme di “scrittura” o “lettura” dell’immagine dei migranti forzati. L’obiettivo di questo workshop è piuttosto di soffermarci e confrontarci su aspetti come:
1) comprendere quali sono i contesti chiave, ed i meccanismi di rinforzo che presiedono alla ripetizione e alla conferma di categorie e immagini preordinate e preconcette dei migranti forzati nelle rappresentazioni mediali e sociali;
2) In che modo avvengono – se avvengono – eventuali forme di confronto e contrattazione? Che tipo di lotte emergono nella definizione di sé, nel processo di affermazione della propria soggettività e identità.
3) quali strategie di decostruzione e disarticolazione di queste rappresentazioni si possono sperimentare e mettere in campo a livello di comunicazione sociale e culturale e di strategie di ricerca scientifica e di azione sociale.
In particolare in che misura è possibile attraverso la creazione di spazi, tempi, strumenti, occasioni specifiche, permettere agli stessi migranti di prendere parola e avanzare loro stessi una narrazione, una lettura, un’interpretazione.
Pensiamo al coinvolgimento di rifugiati o richiedenti asilo in attività di ricerca, di insegnamento, di formazione, di scrittura, di contributo alla definizione di politiche sociali, di autorganizzazione di servizi e attività rivolte ad altri migranti o a tutta la cittadinanza.È possibile raccogliere esempi stimolanti e replicabili di esperienze di questo genere e farne quasi un catalogo di possibili proposte di sperimentazione?
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